Ho appreso con profondo dolore della scomparsa di Tania, una donna che ho avuto modo di conoscere e assistere nel percorso della sua separazione.
Più che gli atti del fascicolo, ricordo lei.
Ricordo i suoi lunghi capelli, il sorriso luminoso, gli abbracci con cui salutava alla fine di ogni appuntamento. Ricordo una donna che aveva dedicato una vita intera alla famiglia e ai figli e che, quando decise di separarsi, non chiedeva molto.
Non sognava una nuova esistenza straordinaria.
Sognava la normalità.
Leggere un libro in pace. Fare una gita con le amiche. Andare a cena qualche volta. Viaggiare, anche poco. Poter uscire senza sentirsi giudicata. Vivere una casa che non fosse più il luogo della paura delle parole, del controllo, dell’umiliazione quotidiana.
Eppure continuava a preoccuparsi anche dell’uomo da cui aveva scelto di separarsi.
Sapeva delle sue fragilità, del suo isolamento, del problema con l’alcol che lui non riconosceva. Per questo volle trovare una soluzione che gli consentisse di restare nella casa e nella campagna che rappresentavano tutto il suo mondo. Scelse di dividere quella villa in due abitazioni autonome, convinta che quella fosse la strada meno dolorosa per tutti, per i loro figli, per lui.
Le parlai dei rischi. Le dissi che la vicinanza avrebbe potuto consentire il protrarsi di dinamiche di controllo e che, forse, la soluzione migliore sarebbe stata costruire due vite davvero separate.
Lei mi ascoltò. Ma era fatta così.
Come tante donne vittime di relazioni violente o profondamente oppressive, riusciva a vedere anche la sofferenza dell’altro. Cercava di proteggere tutti, persino quando finalmente stava imparando a proteggere sé stessa.
Quando la separazione fu definita, vidi nei suoi occhi qualcosa che raramente si dimentica.
Non l’entusiasmo.
La leggerezza.
La serenità di chi sente di poter finalmente respirare.
A distanza di anni, la notizia della sua morte mi riporta a quel sorriso e a quegli abbracci.
E mi ricorda, ancora una volta, che la libertà non è fatta soltanto di grandi conquiste. Per molte donne significa poter desiderare cose piccole, semplici, normali. Un libro. Un viaggio. Un pomeriggio con un’amica. Il diritto di vivere senza essere continuamente sminuite o controllate.
Sono desideri così essenziali da sembrare quasi banali.
Eppure, per chi esce da una relazione di sopraffazione, rappresentano la forma più autentica della libertà.
Oggi voglio ricordare Tania così.
Con il suo sorriso, la sua capacità di abbracciare e quella straordinaria delicatezza che le faceva pensare agli altri anche quando stava finalmente ricominciando a pensare a sé.
Che il suo ricordo continui a ricordarci perché il nostro impegno accanto alle donne è così necessario.
Michela Zangheri -Avvocata-